“Il riflesso della propria immagine e l’accettazione di sè”

Quante volte ci ritroviamo a dire frasi come: “non vengo bene in foto”, “non ce n’è una in cui mi piaccia”, “non ne ho una bella”?

Forse non è realmente così.

Innanzitutto bisogna prendere in considerazione un dato empirico. 

Siamo abituati a vedere la nostra immagine riflessa in uno specchio. In uno scatto abbiamo l’immagine reale, non speculare.

Questo già basterebbe a confonderci.

Andando più in profondità dobbiamo pensare ad un altro aspetto.

Siamo abituati a pensare alla fotografia come a un supporto statico.

In realtà un’immagine racchiude in se stessa una fluidità, un continuum, cristallizza un processo creativo e imprime un racconto.

In uno scatto viene scritta la storia di chi lo esegue, la storia di chi viene raccontato, la storia che il fotografo (o chi per esso) attribuisce a chi viene raccontato.

Filtri, filtri, ancora….filtri.

L’esperienza che viene restituita a chi riceve l’immagine, è eterogenea. 

Contemporaneamente il soggetto ritratto legge se stesso, come un’altra persona l’ha letto, e come il soggetto ritratto a questo punto pensa di essere stato letto.

Non so se sto rendendo l’idea di quanti filtri si stiano aggiungendo, inesorabilmente, uno sopra l’altro.

Se non vi è venuto ancora il mal di testa vi pongo una domanda.

Secondo voi, “non veniamo bene in foto”, o piuttosto “non ci riconosciamo in foto”?.

Pensiamo a quali e quanti preconcetti siano radicati nella nostra psiche, e proviamo a comprendere se l’immagine che abbiamo di noi stessi corrisponda a quello che realmente viene ritratto.

Quanti di noi si vedono troppo abbondanti, troppo magri, troppo alti, troppo bassi, troppo chiari, troppo scuri… 

Siamo portati a vedere maggiormente i nostri difetti, anzichè valorizzarci e apprezzarci.

Sembra quasi che esista un imprintig, un retaggio culturale, ancestrale, che ci spinga a cercare di castigarci, quasi non fosse accettabile guardarsi e provare soddisfazione.

Da quando siamo piccoli ci dicono che bisogna volersi bene, che se non amiamo noi stessi poi non si può realmente amare qualcun altro.

Vero! Ma qualcuno ce lo insegna?

Dobbiamo amare profondamente i nostri figli, accoglierli, farli sentire accettati, far loro sentire di valere.

Farli sentire sicuri.

Soltanto così li accompagneremo in un percorso verso la consapevolezza di se stessi.

La consapevolezza ha un fantastico effetto collaterale: l’ACCETTAZIONE!

E non sto parlando soltanto di accettazione della propria immagine.

Sto parlando di accettazione del sè, di tutto ciò che riguarda la nostra sfera più intima. 

I nostri difetti sono più importanti dei nostri pregi

Di più di ciò che aprrezziamo e stimiamo in noi, dobbiamo amare i nostri difetti e i nostri limiti, dobbiamo cullarli, coccolarli, e prendercene cura.

E’ con essi che dobbiamo convivere e scendere a compromessi.

Solo da un profondo amore per ogni aspetto che ci caratterizza si passa all’accettazione di sè.

C’è una diretta corrispondenza tra quanto “non ci piacciamo in foto”, e il rapporto che abbiamo con lo specchio.

Spesso lo usiamo soltanto da strumento, per lavarci, truccarci, pettinarci.

Ma ci soffermiamo mai a pensare a cosa significa a livello emotivo? 

Probabilmente no, perchè la vita ormai è fulminea, istantanea. 

Per noi i gesti diventano routinari e fatti di fretta.

Quando siamo davanti ad uno specchio in realtà ci stiamo prendendo cura di noi.

Potremmo provare a trasformare quel momento in un’ espressione di amore per noi stessi.

Specchio, specchio delle mie brame…

Proviamo a guardarci, a guardarci realmente, dentro, nel profondo.

Spesso non è semplice, e allora sfruttiamo lo specchio.

Non dico alla mattina, in cui il diktat che imponiamo a noi stessi è “Sopravviviamo”…

Magari alla sera, quando la giornata è conclusa, quando si possono tirare le somme….

Proviamo a parlare all’immagine riflessa.

Può essere un modo per guardarsi con distacco, e rendere più semplice questo dialogo interiore.

Proviamo a parlare alla persona che vediamo con amore, chiediamole come è andata la giornata.

Chiediamole di raccontarci cosa l’ha turbata, e invece, se qualcosa l’ha resa gioiosa di dirci perchè.

E poi sorridiamo a quell’immagine, accogliamola con un profondo abbraccio carico di amore, accettiamo quello che vediamo.

A poco a poco la nostra proiezione si trasformerà nel nostro ritratto speculare.

E quando ci rivedremo in una foto magari ci riconosceremo un po’di più.

E la fotografia?

La fotografia è uno strumento di grande potere, esattamente come lo specchio.

Immortala anche quello che noi non vediamo di noi stessi, e ce lo mette davanti, imponendoci prepotentemente di guardarlo.

Ecco l’invadenza, e come conseguenza, il rifiuto da parte nostra.

Al di là dell’empatia che si sviluppa o non si sviluppa con il fotografo (e qui si potrebbero aprire delle parentesi lunghissime, e se vi farà piacere ne parlerò in un altro articolo), anche una foto può essere un veicolo facilitatore all’accettazione di sé.

Fermiamoci ad ascoltare quali sono le nostre emozioni, le nostre sensazioni al riguardo.

Verbalizziamo cosa non ci piace, e cosa invece ci affascina.

Liberiamo la mente dagli schemi e dalle sovrastrutture, da quello che gli altri pensano di noi, da come noi ci vediamo, da cosa crediamo che gli altri percepiscano, da ciò che pensiamo di dover apparire.

Guardiamo con mente e cuore libero alla nostra interiorità, senza paura di cosa potremmo trovare.

E’ un’attività maieutica e catartica.

E ciascuno di noi può fare questi semplici esercizi per arrivare all’autoconsapevolezza.

Bibliografia e siti di riferimento

Per una filosofia della fotografia”, Vilém Flusser, Mondadori, 2006

Meditazione e Fotografia”, Diego Mormorio, Contrasto, 2008

Fotografia come Terapia”, Meltemi, 1999

https://www.animafaarte.it/specchi-riflessioni-psicologiche/

https://www.psicotypo.it/ritrovarsi-in-una-fotografia-limmagine-come-conoscenza-si-se/

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